BOLLETTINO SLI XXVI (2008) 2
CIRCOLARE N. 200 DEL PRESIDENTE
Cari Soci,
nei giorni scorsi ho ricevuto una mail da uno studente (triennalista laureando). Non è certamente peggiore di tante altre che quotidianamente ognuno di noi riceve, ma siccome sono certo che i problemi e gli scrupoli che essa ha posto a me sono sempre più largamente condivisi dalla maggior parte di chi mi sta leggendo, la incollo qui sotto, assieme alla mia risposta:
LETTERA DELLO STUDENTE:
buongiorno,
mi scusi se la disturbo in un giorno festivo.
non riesco a capire se mi sono stati dati i crediti del tirocinio. come posso
capirlo? è
possibile che non gli accettino? se non gli accettano cosa devo fare?
distinti saluti
l. c.
RISPOSTA:
Caro Luca,
innanzitutto, ho il dovere di correggerLe un gravissimo errore di italiano (non
casuale, perché ripetuto). Lei non può dire (e scrivere) “è possibile che non
gli accettino?”:
gli
è infatti pronome
personale obliquo maschile singolare, e vale perciò per “a lui”. Questo
significa che NON si può usare come complemento oggetto maschile plurale; per
questa funzione si deve usare infatti
li:
“è possibile che non
li
accettino?”. Si tratta
di un errore di morfosintassi non tollerabile in uno studente che sta per
laurearsi in Lettere e Filosofia, e che magari andrà a insegnare la grammatica
ad altri studenti... Spero che Lei capirà che, davanti ad una cosa di questa
gravità, i Suoi problemi di crediti diventano insignificanti... In ogni caso,
per fare una verifica sulla questione che Le sta così a cuore, Lei non deve
rivolgersi a me, ma alla segreteria studenti e/o al job placement.
Cordialmente, tulliotelmon
Si potrà dire che la posta elettronica risponde ad esigenze testuali diverse da quelle della tradizionale epistolografia; che essa comporta rapidità, minore riflessione, essenzialità e semplificazione; si potrà dire che l’essenziale della posta elettronica sono i contenuti, non la forma. Proprio per questo, penso di poter transigere sulla mancanza di lettere maiuscole (io stesso ho l’abitudine di firmare con le iniziali minuscole); sull’uso del generico “dare” per “assegnare, attribuire, accordare, ecc.”; sulla regionalità del pronome interrogativo “cosa” per “che cosa”. Tutto questo fa parte, effettivamente, di processi semplificatori accettabili. Ma scrivere gli per li non soltanto non semplifica, ma è indice evidente di assenza di analisi nel processo di esecuzione (di processazione, si potrebbe dire in informatichese). Ma c’è un altro aspetto che rende inquietante questo messaggio, e riguarda proprio i contenuti, la competenza pragmatica di chi scrive messaggi di questo genere, lo scadimento del ruolo del docente, eccetera eccetera. Si può anche ammettere che, nell’immaginario di uno studente, per i suoi docenti non ci siano differenze tra giorni festivi e giorni feriali: in fondo, è la verità. Ma che per qualsiasi problema, compresi i crediti del tirocinio, debbano rivolgersi al professore, beh questo è proprio un po’ troppo. Non perché il professore debba, presessantottescamente, essere considerato irraggiungibile (così era difatti nel mio presessantotto), ma perché questo atteggiamento, sempre più diffuso, è il segnale preoccupante di una generazione che, sempre più “tutoreggiata” e sempre più inconsapevolmente prepotente, diventa sempre più incapace di risolvere i propri problemi o, quantomeno, di discernere i soggetti funzionalmente deputati ad aiutarli a risolverli.
E poi, c’è un altro aspetto preoccupante, ed è lo scadimento del ruolo del docente. Lo dice uno che della disponibilità ha sempre fatto un proprio programma deontologico. Di questo gli studenti non sono direttamente colpevoli: non fanno che assorbire lo spirito dei tempi. E questi tempi non sono certamente i più favorevoli né per il lavoro intellettuale né, più in particolare, per chi lo esercita all’interno delle strutture universitarie. Sembra paradossale, ma in proporzione diretta con il deprezzamento del ruolo dell’intellettuale cresce l’attribuzione, da parte di un’opinione pubblica sapientemente guidata da apposite campagne massmediatiche, di diabolici poteri baronali e autocratici e di propensioni alla fannullaggine quando non addirittura al ladrocinio e ad altre altrettanto gravi colpe e depravazioni.
Ed ora che mi sono sfogato, vengo rapidamente alle comunicazioni societarie. Come quasi tutti rammenteranno, il nostro prossimo Congresso si terrà a Verona dal giovedì 24 al sabato 26 settembre 2009: i temi del Congresso saranno la traduzione (argomento scelto dalla sede organizzatrice) e le interfacce tra i diversi livelli dell’analisi linguistica (argomento scelto dalla Società). Mentre la macchina organizzativa sta lavorando a cercare risorse, a predisporre programmi, a curare tempi e modalità per l’appello a presentare contributi scientifici, un altro anno volge al termine; un anno che credo ben pochi rimpiangeranno, pensando soprattutto al graduale avvelenamento della vita accademica, sottoposta ad una progressiva riduzione delle risorse per la ricerca, avviata tristemente verso il collasso e, al contempo, fatta oggetto di scherno e di attacchi dall’esterno. Eppure, nella mia sede di lavoro e in tutte quelle in cui ho avuto l’occasione di recarmi nel corso di questo anno, non vedo che abnegazione, fervore di iniziative, tempo pieno trasformato in tempo saturo, ricerca dell’eccellenza…
Passo ora rapidamente alla questione della classificazione delle riviste scientifiche. Il gruppo coordinato da Emanuele Banfi ha ben lavorato e ha prodotto un documento meditato e ragionevole, che abbiamo affidato alla valutazione dell’European Reference Index for the Humanities sponsorizzato dalla European Commission-Progetto HERA (Humanities in the European Research Area) e dalla ESF (European Science Foundation) (vedi ALLEGATO 1). Nel frattempo, si sono levate altre grida di dolore, non tanto nella nostra spensierata Italia quanto, soprattutto, in Francia. Ho sottomano un articolo uscito di recente (Dicembre 2008) su “Le Monde Diplomatique” (edizione italiana) a firma di un collega dell’Università Stendhal di Grenoble, Pierre Jourde, che lamenta le mancanze e le incoerenze dell’Aeres (Agenzia di valutazione della ricerca e dell’insegnamento in Francia), ricordando che alcuni studiosi “sono arrivati al punto di esaminare nel dettaglio le liste dell’Aeres, e hanno scoperto che alcune riviste essenziali sono classificate B, mentre vengono censite riviste inesistenti e alcuni periodici sono inseriti due volte, A o B”. Lo studioso in questione è Olivier Boulnois, (Directeur d’Etudes, EPHE/CNRS, Laboratoire d’Études sur les Monothéismes), che il 22 ottobre scorso ha pubblicato in rete un articolo significativamente intitolato “Entre rires et larmes. L’évaluation automatisée en sciences humaines”. Quelle riportate qui sopra dai colleghi francesi non mi paiono obiezioni fondamentali: il processo della valutazione deve andare avanti, autocorreggendosi ma tenendo ben presente che, in tempi di contrazione delle risorse, la sua funzione è quella di eliminare la distribuzione a pioggia, commisurando le risorse alla laboriosità e ai valori: elementi che, al di là delle approssimazioni e degli errori, vengono comunque posti in luce dalle varie liste apprestate da agenzie come l’Aeres, l’ERIH o i Nuclei di Valutazione dei nostri Atenei. La mia opinione è che, in definitiva, quelli accampati un po’ dovunque per criticare le iniziative di valutazione siano argomenti un po’ capziosi che colgono ed enfatizzano istanze e critiche giuste ma minime per far passare l’opinione che la ricerca in campo umanistico sia al di sopra di ogni possibilità di valutazione. Salvando così, assieme a ciò che è qualitativamente eccellente, anche ciò che è quantitativamente scarso o nullo.
Oltre ad avere coordinato da par suo il gruppo di lavoro citato sopra, Emanuele Banfi ha anche rappresentato la Società di Linguistica Italiana e la Società Italiana di Glottologia presso il CIPL, in occasione del 18° Congresso Internazionale dei Linguisti, tenutosi a Seoul dal 21 al 26 luglio scorsi. In tale occasione, Emanuele Banfi è anche stato eletto membro del Comitato Esecutivo, a dimostrazione del valore suo, naturalmente, ma anche della considerazione di cui gode internazionalmente la nostra linguistica. Il prof. Banfi ha fornito una relazione sui lavori del CIPL; la allego (ALLEGATO 2).
Due altre vicende hanno interessato la vita della Società. La prima è nata lo scorso ottobre a Palermo, dove, in occasione del Convegno della SIG, è emersa l’opportunità che le società scientifiche di linguistica si pronunciassero sul progetto del governo di risolvere i problemi dell’apprendimento dell’italiano da parte degli stranieri con la creazione di “classi ponte”. A seguito di una successiva, febbrile consultazione elettronica, si è formato un altro gruppo di lavoro, coordinato da Giuliano Bernini e formato da Anna De Meo, Silvana Ferreri, Stefania Giannini e Miriam Voghera. Il gruppo ha esaminato il progetto di legge ed ha formulato una “Nota tecnica”, che si può leggere ora nel sito della Società, nella Sezione Novità”, e che allego anche qui (ALLEGATO 3).
La seconda vicenda è un po’ più aggrovigliata. Lo scorso 11 dicembre ho ricevuto dal prof. Paolo Di Giovine, Presidente della SIG, una mail contenente
il testo della proposta, concordata dal Direttivo della Società Italiana di Glottologia, in merito ai requisiti minimi per la partecipazione ai concorsi universitari delle tre fasce (e per la conferma nei rispettivi ruoli). Ho ringraziato il collega, ed ho inviato il testo ai membri del nostro Comitato Esecutivo per averne un parere. Sono così venuto a scoprire che il testo elaborato dal Direttivo della SIG (ALLEGATO 4) rispondeva ad una precisa richiesta rivolta ad alcune società scientifiche (SIG, AISLI, altre…) in una riunione appositamente indetta a Roma il 21 ottobre dai rappresentanti dell’Area 10 - Scienze dell’Antichità, Filolologico- Letterarie, Storico – Artistiche in seno al CUN. Stupito per il fatto che né io me né la nostra Segretaria Elisabetta Jezek eravamo stati invitati a questa riunione, il 16 dicembre ho perciò scritto ai tre nostri rappresentanti nel CUN (ALLEGATO 5), per conoscere le ragioni di questa strana dimenticanza. A distanza di 12 giorni non ho ancora avuto risposta. In compenso, il giorno successivo ho ricevuto una mail da una collega, che non è rappresentante d’Area nel CUN né componente del nostro Comitato Esecutivo, che mi scriveva:
“ti scrivo in merito al problema del riconoscimento da parte del CUN della SLI. Ho appena parlato con Simona Costa [uno dei tre nostri rappresentanti nel CUN (t.t.)] del problema simile sorto per la SILFI. Lei mi ha spiegato che dipende solo da un fatto tecnico di inserimento nella mailing-list del CUN, al quale si dà soluzione con il semplice invio dell’indirizzo e degli estremi della SLI a area10@yahoo.it. Voglio –concludeva la collega- credere fermamente in questa soluzione”.
Vorrei crederci anch’io, ma, in tutta sincerità, il tenore stesso di questa mail mi induce a credere che sia stato perpetrato un doppio sgarbo alla Società: il primo nel non invitarla alla riunione, il secondo nel non rispondere.
Buon anno a tutti,
Tullio Telmon
Torino, 28 dicembre 2008