BOLLETTINO SLI XXV (2007) 2

 

CIRCOLARE N. 198 DEL PRESIDENTE

Cari Soci,

con un po’ di impaccio e con molta apprensione inizio questo dialogo con voi, cercando di essere meno invadente possibile e, per contro, quanto più adeguato possibile al ruolo che mi si è voluto attribuire e che, naturalmente, molto mi onora. Per questo, mentre rivolgo un caloroso saluto e un ringraziamento a Leonardo Savoia, che mi ha preceduto, desidero anche ringraziare i membri del Comitato nomine, che mi hanno designato e l’Assemblea tutta che, vincendo forse qualche leggera diffidenza dovuta al mio essere un po’… stravagante rispetto i più consueti standard della linguistica in Italia, ha voluto darmi fiducia.
In questa mia prima circolare vorrei accennarvi a qualche cosa che mi sta molto a cuore. Molti ricorderanno che già Lorenzo Renzi aveva dedicato una sua circolare (Circolare n. 157, in BSLI XV (1997), 1) alla questione della valutazione della ricerca scientifica. In quell’occasione, aveva sviluppato alcune riflessioni molto pertinenti. Ma, in fondo, la questione restava ancora un poco sullo sfondo; era ancora, come lui stesso aveva detto esordendo, “uno spettro [che] si aggira[va] per l’università”.
Nel frattempo, c’è stato -quello molto reale- l’esercizio di valutazione triennale della ricerca scientifica in Italia svolto molto efficacemente e meritoriamente dal CIVR, presieduto dal Rettore di Chieti Franco Cuccurullo, e ci sarà, molto probabilmente a partire dalla primavera prossima, la seconda tornata dello stesso esercizio, affidata nuovamente al CIVR.
Nella mia sensibilità, questa esperienza è stata vissuta con due sentimenti contrastanti: da un lato, l’entusiasmo di chi, dopo avere lavorato per una vita, si dice “finalmente il mio lavoro è sottoposto ad un serio esame”; dall’altro lato, l’amara constatazione che, nel campo delle discipline umanistiche, restano in realtà ben pochi gli strumenti che consentono valutazioni sufficientemente “obiettive”. Tale constatazione non investe tanto i “panel” che, area per area, hanno visto e giudicato i prodotti scientifici che ogni Università aveva selezionato, quanto, soprattutto, il lavoro di preliminare autoselezione di base che le università stesse erano state chiamate a svolgere.
La mia impressione, detto con molta schiettezza, è stata che, in assenza di strumenti oggettivi, i Dipartimenti e poi i CAR e poi i CAT abbiano agito, nelle aree umanistiche, su basi largamente impressionistiche (nel migliore dei casi) o in funzione di logiche legate al prestigio localmente attribuito a singoli ricercatori/docenti.
Si è sentita, credo dovunque, la necessità che qualche, anche minimo, appiglio oggettivo incominciasse a crearsi. Nel frattempo, occorre aggiungere, in tutti gli Atenei si sono formati dei Nuclei di valutazione, i quali hanno aggiunto quasi dovunque la loro voce nel richiedere che la ricerca umanistica uscisse dalla sua innocenza “a priori” e apprestasse degli strumenti per potersi mettere a confronto. Almeno al proprio interno, se appariva ancora prematuro il confronto con le scienze “dure”. In alcuni Atenei (so del mio, ma so anche di Bologna, Verona e altri) si sta approntando o si è approntata una sorta di “anagrafe della ricerca”; dove questo si sta facendo, si affaccia prepotente la necessità di finalizzare tale anagrafe proprio alla valutazione.
La valutazione, infine, sarà a detta di tutti e in misura sempre crescente l’indicatore principale per l’assegnazione di risorse agli Atenei.
Dunque, pare indifferibile cercare di fare in modo che ogni settore della ricerca individui i propri parametri, prima che tale individuazione sia affidata ad Agenzie che magari saranno “terze” e perciò neutrali, ma saranno certamente anche assai meno competenti.
Dico questo perché, di recente, ho ricevuto un’allarmata chiamata dal presidente dell’A.I.S.V. (Associazione Italiana di Scienze della Voce) che mi informava della recente pubblicazione, sul sito www.esf.org/erih dell’European Science Foundation, di una lista “gerarchizzata” di riviste di linguistica, all’interno della quale, aggiungeva, le riviste italiane non brillavano certo, né per numerosità né per “altezza d’ingegno” ad esse attribuito. Sono corso a vedere, come sono certo che farà anche chi di voi ancora non ne ha avuto contezza. Be’, ho potuto constatare che, sì, è vero che le riviste italiane non sono molto numerose (23 su un totale di 585 riviste elencate), ma in fondo tutte o quasi tutte quelle che hanno un certo rilievo sono presenti. È vero anche che nessuna di esse è collocata nella categoria A (“pubblicazioni internazionali di alto rango”; le altre due categorie sono: B - “pubblicazioni internazionali standard di buona reputazione”, e C - “riviste di ricerca di rilevante significato locale o regionale”), ma è vero che, finché permane il predominio (non necessariamente qualitativo, ma certamente di potenza e pervasività nel démi monde mass-mediatico) dell’inglese, sarà ben difficile che una rivista esterna al mondo anglo-americano possa assurgere a tale rango. Insomma, forse non è il caso di allarmarsi troppo, ma è certamente il caso di darsi da fare per migliorare quella prima forma di classificazione, correggendone le storture, se è il caso, e soprattutto arricchendola con dati che essa non poteva, forse, conoscere.
Da sole, le due verità che non sempre la rivista di grande rinomanza pubblichi saggi degni di essa e che, per contro, studi di grandissimo spessore possano trovare spazio in sedi semisconosciute, non devono bastare per giustificare l’inerzia: da qualche parte bisogna pur iniziare, e un primo lavoro parziale (che non soltanto noi linguisti dovremmo fare, ma anche tutti gli altri settori del sapere umanistico) potrebbe essere quello di stabilire criteri condivisi dalla comunità scientifica per assegnare dei ranghi alle numerose sedi delle pubblicazioni. Intendo parlare, naturalmente, anche di case editrici e di collane, ma sarebbe già un buon risultato raggiungere, in prima istanza, un catalogo esaustivo dei periodici.

Che fare? Vi proporrei questo: ogni socio che si senta coinvolto da questo problema provi a ragionare seco stesso sulle riviste (italiane e straniere) che conosce, sulle quali pubblica o ha pubblicato, ecc., comprendendovi, al limite, anche il “Bollettino parrocchiale di…”, se ritiene che possa contenere qualche cosa di linguistico. Ne faccia un elenco, distinguendo tra:

A) quelle che a suo avviso sono “di grande importanza internazionale e dotate di un comitato di lettura o di un comitato editoriale” ;
B) quelle che giudica “buone, ma di rilievo minore, indipendentemente dal fatto che siano o non siano dotare di comitato di lettura o editoriale”;
C) quelle che giudica “di importanza locale” (indipendentemente dal fatto che possano talvolta ospitare saggi di ottimo livello).

Il leggero scarto tra le categorie che qui propongo e quelle dell’ESF discende, evidentemente, dalla conoscenza della realtà dell’editoria scientifica e/o amatoriale italiana: una realtà dove spesso (penso soprattutto alle scienze “demo-etno-antropologiche” o alla stessa mia dialettologia) i confini tra le due verità cui accennavo sopra si fanno vaghi e sfumati. Credo comunque che l’importante sia intendersi su categorie sufficientemente ampie, fondate su indicatori non eccessivamente fini.
Compilato questo elenco, i soci me lo possono spedire in allegato ad un e-gramma a questo indirizzo: tullio@telmon.eu . Per parte mia, proverò a vedere se qualche volonteroso tecnico addetto alla ricerca del mio dipartimento o qualche assegnista o qualche dottorando di buona volontà possono immettere i materiali in una una banca dati, in modo da farne un punto di partenza da sottoporre poi alla Società.

Riconosco che i limiti di un’iniziativa di questo genere sono infiniti. Ma, vi chiedo, “se non ora, quando?”

Tullio Telmon