BOLLETTINO SLI XXV (2007) 2

 

T(H)RENO PER LA LINGUISTICA
di Gabriele Iannàccaro

1. Qual è il grado di penetrazione della linguistica (delle idee linguistiche, della accuratezza nelle cose di linguistica, del bisogno di linguistica, della percezione dell’utilità della linguistica e così via) nella vita pubblica italiana? È una domanda che la Società di Linguistica Italiana si è spesso posta, anche in senso operativo, per così dire, e certamente senza l’opera della SLI o dei suoi membri la situazione, che vedremo non rosea, sarebbe ancora più grave. Ma prendiamo un esempio fra i molti possibili di informazione «di linguistica» nascosta dentro una pubblicazione per non specialisti, di altro argomento (Svizzera. Guide d'Europa monografiche, Marco Polo, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1999 [molte riedizioni successive], pp. 5-6. [Testi: Rainer Stiller, Cristof Hegi - © Maris geographischer Verlag, Ostfilden bei Stuttgart; trad. italiana di Cinzia Seccamani, aggiornamenti Barbara Minelli, Lalla Riccardi]):

Se provate a rivolgere il saluto a un cittadino elvetico, vi troverete immediatamente in grande difficoltà e imbarazzo perché vi potrebbe capitare di sentirvi rispondere in una decina di modi differenti: vi potrebbero infatti ricambiare il saluto con tschou o tschüßen, ciao o tschau, sali, salü o zämä, senza che possiate avere il tempo di consultare il vostro dizionario tascabile. È questa la conferma che in Svizzera non si parla 'una' lingua, bensì una pluralità di idiomi, spesso suddivisi a loro volta in una molteplicità di dialetti che, agli stessi cittadini elvetici, possono a volte risultare incomprensibili.
Ufficialmente le lingue parlate sul territorio svizzero sono quattro: il francese, il tedesco, l'italiano e il romancio. Riconosciuto è anche il retoromancio, che in realtà non si può definire una vera lingua perché priva di una codice scritto unitario, ma che è ancora parlato da circa 51000 persone (0,8% della popolazione), concentrate particolarmente nella regione dei Grigioni. Nella zona dell'Hinterrhein la lingua scritta è infatti il surselvische; nella zona del Mittelrhein, dell'Albulapass e dello Julier Pass il mittelbündnerisch; e in Engadina e nella Müstertal il ladino. In questa complessa mescolanza ed eterogeneità linguistica, il 12% della popolazione parla anche l'italiano, che solo nel Canton Ticino si è evoluto in una forma dialettale a noi facilmente comprensibile. Nella parte occidentale del Paese il 18% della popolazione parla il francese scritto fino al Giura, e si conserva ancora la tradizione per il patois. La maggioranza degli Svizzeri, ben il 65% della popolazione elvetica, parla però il tedesco caratterizzato qua e là da forme linguistiche locali. Nelle scuole si insegna naturalmente il tedesco letterario (Schriftdeutsch), mentre la lingua parlata tipica è lo Schwyzerdütch, di derivazione alemanna e articolato in una molteplicità di dialetti locali, che fra cantoni di lingua diversa sono addirittura di difficile comprensione per gli stessi Svizzeri.

Facile dire che il branetto suscita il riso divertito; facile correggere gli enormi svarioni, la confusione nei rapporti fra lingua e dialetto (per esempio l'italiano, che solo nel Canton Ticino si è evoluto in una forma dialettale a noi facilmente comprensibile o il retoromancio, che in realtà non si può definire una vera lingua perché priva di ma codice scritto unitario), sul numero e il nome delle lingue ufficiali in Svizzera (sono quattro: il francese, il tedesco, l'italiano e il romancio. No, cinque: riconosciuto è anche il retoromancio), sui rapporti fra scritto e parlato (la popolazione che parla il francese scritto fino al Giura), fra pronuncia e grafia (ciao o tschau), o su lingua e stato ([si parlano] una pluralità di idiomi, […] che, agli stessi cittadini elvetici, possono a volte risultare incomprensibili), e così via: una lettura pedante ha scovato 27 fra atrocità scientifiche e imprecisioni.
Facile anche argomentare che non è il caso di prendersela con testi di questo genere, non sono scritti da professionisti e non pretendono di essere impeccabili. È vero; però questo è in fondo il problema: cioè di chi scrive questi testi e di chi li legge, più ancora di che cosa c’è scritto. La stessa guida riporta che la rivolta dei tre cantoni contro il turpe Gasser guidata da Guglielmo Tell eccetera è avvenuta nel 1307, e che poi è nel 1512 che la Valtellina passa sotto amministrazione grigione, e così via. Dice anche che il Cervino (che chiama sussiegosamente Mattehorn) è alto 4478 metri, e altre utili, e impeccabili, informazioni. Se il Cervino fosse alto, per i signori Stiller e Hegi, 1456 metri, o se Guglielmo Tell fosse dato per nato nel 1678, il lettore la guida la butterebbe via. Non la butta però se dice che le lingue della Svizzera sono, chissà, quattro o forse cinque, e che l’italiano in Ticino si è evoluto in una forma dialettale a noi facilmente comprensibile, e che gli idiomi orali sono fesserie, non lingue. Eppure il numero delle lingue ufficiali di uno Stato confinante non è un’informazione più esoterica o specialistica dell’anno in cui è iniziata una rivolta contadina nel medioevo.

2. Lo sappiamo: si offre e si pretende, in Italia almeno e dalle classi mediamente colte, di cui ora ci interessa, un livello di informazione linguistica che spesso è davvero molto modesto, ed è comunque più basso di quanto non sia usuale, a livello di larga circolazione dell’informazione, per molte altre discipline; si pretende, innanzitutto, e ciò è sotto gli occhi di tutti, per ragioni cui sarà forse interessante accennare fra poco. Ma si offre, anche: al di là di note e lodevoli eccezioni (volendo restare fra le guide turistiche si possono vedere gli spesso splendidi e per il lettore non glottologo illeggibili commenti dialettologici delle cosiddette «guide rosse» del Touring Club Italiano, firmati talora da grandi maestri), ciò che, di informazione e formazione linguistica, viene proposto al cosiddetto «grande pubblico» è spesso concepito da non linguisti, e scritto da persone in gran parte non competenti nella materia che stanno trattando.
Indagare le cause di una tale situazione porterebbe a riflettere su una «storia sociale della linguistica» in Italia, che dovrebbe prendere in considerazione, credo, almeno i pesanti lasciti della cultura idealistica e della sua concezione della lingua, così come il ruolo dell’educazione linguistica nella scuola superiore, in particolare sino a tempi molto recenti. Altri potrebbero fare (e in alcuni casi hanno fatto) parti di questo lavoro molto meglio di come potrei io; è tuttavia evidente che proprio l’ambiguo statuto della disciplina per come si presentava negli anni ’20 e ’30, quando sono state poste le basi dell’ordinamento culturale italiano, statuto oscillante fra le materie formative e superiori - la Storia, le Lettere, la Filosofia (l’Estetica…) - e quelle vili e meccaniche, che «ingaglioffiscono l’ingegno», come voleva Giambattista Vico, ha determinato la sua esclusione di fatto dal panorama delle nozioni richieste alla classe colta, se non limitate a qualche nota erudita e etimologizzante nelle lezioni di greco. (Il benemerito vocabolario del padre Lorenzo Rocci, del 1939, ha in effetti qua e là episodici richiami a radici sanscrite o indeuropee).
I programmi cambiano (lentamente), ma il paradigma culturale resta; e nonostante le indubbie e benvenute aperture, sempre più frequenti, alla linguistica strutturale e all’educazione linguistica (spicca ovviamente il GISCEL), che curiosamente però hanno fatto breccia almeno di fatto nell’istruzione elementare, che cosa sia davvero la linguistica in Italia non lo si sa. Si crede però di saperlo, o almeno di indovinarlo: la lingua la parliamo tutti, e tutti siamo, in maggiore o minore misura, interessati alla riflessione metalinguistica (che è identificazione e delimitazione identitaria), alla norma, alla variazione diatopica da stereotipizzare, all’etimologia (lo diceva già Schuchardt, l’etimologia popolare è uno dei motori del cambio linguistico). E, come ci insegna Voltaire, chiunque, in fondo, può distinguere un dialetto o fare un’etimologia: basta pensarci un momento. Così siamo tutti linguisti, come siamo tutti allenatori della Nazionale di calcio: allora, come tutti sappiamo che Vieri deve giocare all’ala sinistra, e l’unico a non capirlo è il commissario tecnico, così pure è evidente che, mettiamo, per salvare una lingua che si vede in pericolo bisogna insegnarla obbligatoriamente a scuola, non è necessario chiedere ad uno specialista.

3. Dal combinato disposto, per così dire, delle due condizioni, linguistica ambigua nel paradigma idealista (o, forse meglio, stulta ancilla philosofiæ) e frequente riflessione metalinguistica spontanea, derivano delle conseguenze spiacevoli; ne passiamo rapidamente in rassegna solo alcune. Intanto, se la linguistica la possono fare tutti, allora non è necessario un linguista per parlare di linguistica o per progettare o valutare cose linguistiche; e infatti, per circolo vizioso di rinforzo, a curare le rubriche linguistiche dei giornali o a dar conto delle - rare - notizie di cronaca in cui sia coinvolta la linguistica sono scrittori, enigmisti, pubblicisti vari, cognitivisti, letterati: solo eccezionalmente la parola viene data ad un linguista (capita per esempio sul settimanale l’Internazionale). Ma se da un lato questo è un bene, perché non ci obbliga a perdere il nostro tempo su cose «poco importanti», dall’altro però rafforza nel lettore mediamente colto la sensazione che non sia necessaria una particolare professionalità per occuparsi di queste cose.
Anche a livello di mercato librario la divulgazione linguistica è affidata spesso a non linguisti: il panorama della grande distribuzione vede quasi solo studi paretimologici o paralatinistici (e mi riferisco alle fortunate serie come Siamo tutti latinisti di Cesare Marchi, o simili) oppure criptopuristici, più diffusi di quanto i linguisti non penserebbero negli scaffali delle librerie non specializzate. Qui pure, per fortuna e con gratitudine per i loro autori, ci sono eccezioni luminose: che però, a sensazione, per le sedi o collane in cui sono pubblicate, o per il taglio editoriale, danno l’impressione di volumetti per studenti o per studiosi di materie affini che volessero farsi un’idea. Ora, questo, oltre a non consentire un'informazione corretta, ingenera credo anche l'idea di una disciplina di pedanti parrucconi e rafforza la sensazione di inutilità, o nel migliore dei casi di ellenistica levità dei nostri studi.
Di fatto al momento questo si chiede alla linguistica, da parte della società, e questo si crede che sia: la scienza della norma e dell’errore, del bel parlare o bello scrivere, della raccolta - possibilmente valutativa - di parole curiose o «chicche» semantiche. Perché, insomma, da una linguistica vista come il fratellino arido e pedante della Letteratura o della Storia, o come un arcadico baloccamento su dialetti rurali e incontaminati, è quello che ci si deve aspettare.

Di linguistica possono parlare tutti e la linguistica la possono fare tutti: tutti noi usiamo, credo, un particolare programma di videoscrittura, che ci locupleta di correzioni ortografiche e grammaticali - talora automatiche! - e ci prodiga consigli stilistici. Ebbene, quanti linguisti hanno lavorato alla messa a punto di queste meraviglie? Quanti hanno elaborato uno strumento che pure viene chiamato Thesaurus? Non è frequente che alle ditte di programmi per elaboratori venga in mente di consultare un linguista, per queste cose: semplicemente, non immaginano che gli servirebbe. Ma la prosa italiana è molto più influenzata dal correttore ortografico e grammaticale che dalle proposizioni dell’Accademie: la frase centrale di questo capoverso «ebbene, quanti linguisti […]» è stata dal mio computer sottolineata in verde (il colore delle fallacie sintattiche), mentre la scrivevo, perché «Non è consigliabile iniziare una frase con una congiunzione. Eliminare [Ebbene]». Ecco allora che, per decisione di un anonimo censore, il ragionier Rossi mette la correzione automatica e non ci pensa più, e toglie l’«ebbene», e la lingua evolve.
Sono, oltre al resto, possibilità di lavoro in meno che potremmo offrire ai nostri laureati (e che, attivate, aumenterebbero il numero di questi e la desiderabilità delle nostre lauree); così come per molte altre applicazioni informatiche, la traduzione automatica, l’elaborazione di tabelle Unicode, i completatori di parole T9 dei telefonini (importantissimi questi nella glottopoiesi dei giovani), i risponditori automatici: settori dell’industria privata in cui la presenza di linguisti potrebbe essere molto aumentata, anche nei rari posti dove già ci sono, e i cui prodotti contribuiscono in modo sostanziale a formare il panorama presente e futuro della nostra lingua. Abbiamo visto recentemente a Vercelli, al XL Congresso della Società, quanto è potenzialmente ampio il panorama.

4. C’è però un ambito particolare nel quale la scarsa presenza della linguistica è particolarmente dolorosa e sembra francamente più lamentevole, ed è quello dell’elaborazione di dirette politiche linguistiche. Dico dirette perché anche l’imposizione, per così dire, di strumenti linguistici di correzione e indirizzo del testo da parte di imprese multinazionali è ovviamente un’operazione di politica linguistica, poniamo pure involontaria.
Un primo esempio, tutto politico se si vuole, e rappresentativo di un pericolo al quale sembriamo per il momento scampati, è il progetto di legge 993 del 2001 «Istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana», ampiamente discusso in molte sedi fra cui proprio quella dalla Società di Linguistica Italiana. Ora, pur lasciando da parte tutta una serie di importanti considerazioni che pure sono state fatte, vale qui la pena di notare soltanto che la concezione della linguistica che a un tale organismo soggiace disegna una disciplina sostanzialmente ridotta ad una lessicografia applicata, preferibilmente di tipo censorio: si ponga mente a questo passaggio della Dedicatoria della legge: «La lingua è anche un bene […] che va difeso dall’infiltrazione di tutte quelle espressioni incongrue e disorientanti per i più, che non provengono unicamente dall’adozione indiscriminata di parole straniere, ma anche da neologismi incomprensibili ed accentuazioni vernacolari». (Fra l’altro, che cosa vuol dire «accentuazioni vernacolari»?). Che cosa un – non auspicabile comunque – vero Consiglio della lingua potrebbe fare o studiare non sfiora nemmeno l’immaginazione dei deputati proponenti, fra i quali, non è neppure il caso di dirlo, non c’è alcun linguista: d’altra parte la cultura idealistico-televisiva vale anche per (la maggior parte de)i politici. E infatti, come si ricorderà, la normativa prevede nell’erigendo consiglio, oltre a ministri e funzionari di nomina ministeriale, nessun linguista, ad eccezione – deo grati – di due membri nominati dall'Accademia della Crusca e, forse in modo solo apparentemente curioso, dalla Società Dante Alighieri; nessun universitario, in quanto tale. È il corrispettivo politico della rubrica settimanale di italianistica affidata a un enigmista da un grande quotidiano romano.

Di più: un settore in cui l’assenza della linguistica – perché neppure se ne sospetta l’importanza – provoca perdite anche economiche, oltre che culturali, alla comunità è quello delle iniziative di sostegno e rivitalizzazione delle cosiddette lingue di minoranza. È indicativa, al proposito, la sincera sorpresa manifestata da un alto dirigente del Ministero degli Affari regionali, preposto alle politiche culturali delle Regioni a statuto speciale e all’applicazione della famosa legge 482/99 sulla tutela delle minoranze linguistiche. Di fronte alla presenza di ben tre linguisti (l’attuale direttrice del Centro Internazionale sul Plurilinguismo di Udine, il presidente onorario del Centre de Dialectologie dell’Università di Grenoble e chi scrive) ad un seminario organizzato da un’amministrazione provinciale sarda, il dottor dirigente ha mostrato il suo benevolo interesse nei confronti di una specie così esotica, così rara da incontrare nel suo lavoro, esclamando (cito a memoria, ma con pretese di una certa accuratezza): «non ci ho mai pensato, che i linguisti potessero essere interessati a queste cose, o che servisse la linguistica per le minoranze linguistiche», aggiungendo che in effetti sarebbe potuto essere interessante sentire qualche linguista. È passato più di un anno dal seminario e nessuno, credo, dei tre presenti è stato contattato.
Di fatto, nelle realtà locali come presso l’amministrazione statale, l’applicazione della legge 482/99, che, lo ricordiamo, si titola «Norme in tutela delle minoranze linguistiche storiche», sta avvenendo in gran parte senza il coinvolgimento della linguistica (e tanto meno dell’Università). Le amministrazioni locali la ignorano, nel duplice senso che ignorano non che qualunque nozione di (socio)linguistica, il fatto che la linguistica abbia qualcosa a che fare con le loro delibere in materia di lingue, e che spesso ignorano, ossia tengono in non cale, le eventuali osservazioni di linguisti nei quali, foss’anche casualmente, si imbattono. Tutto grazie a denaro pubblico, e a rischio se non certezza, come c’insegna purtroppo una lunga teoria di casi ben documentati in letteratura, di compromettere in modo grave le stesse iniziative che si vorrebbero portare avanti. Beninteso, nel loro ignorare, ed è un altro aspetto delicato della questione, le amministrazioni locali sono ampiamente accompagnate da chi è preposto a concedere via libera e finanziamenti, che «giudica e manda» secondo criteri che, se pure per avventura risultassero non casuali o non dettati da clientela, sicuramente non sono scientifici (linguistici). Ho sotto gli occhi la tabella, scaricabile dal sito del Ministero, delle iniziative finanziate nel 2006 grazie ai fondi della legge 482/99, e la lettura è molto istruttiva, oltre che deprimente.
Il risultato lo vediamo: in tutta Italia compaiono classi con insegnamento di lingue strane (talora ricordano la famigerata «ora di canti popolari piccardi» prevista dalla loi Deixonne in Francia), o cartelli più o meno colorati e mistilingui, o volumi di «lingua e cultura» à la carte, o strane delibere in varietà e grafie curiose, o «festival del teatro dialettale della nostra lingua» (il titolo è tratto dalla citata tabella) e così via; ed è già tanto se negli ultimi cinque-sei anni la vitalità delle varietà protette non è diminuita ad un tasso molto più veloce che in passato (un po’ sì). Naturalmente, con più di una felice eccezione: ci sono programmi di rivitalizzazione, anche già avviati, che paiono del tutto condivisibili al linguista, se non già condivisi; però è vero anche che ci sono nel panorama, e godono di grande considerazione, e partecipano di grandi finanziamenti, curiose istituzioni la cui perizia linguistica è autocertificata, e sconosciuta all’Università. Il non specialista colto, di cui stiamo parlando qui, se cerca qualcosa che non sa e si affida al web, si imbatte come prima cosa in un Istituto nazionale minoranze etnico-linguistiche, che gode dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica (sul sito si vede bene il logo dello Stato), ed è presieduto da un Presidente del Comitato Nazionale Minoranze (non commenteremo, da grammatici pedanti, l’assenza delle preposizioni). Certo, pensa il cittadino colto e interessato, questo è posto giusto; e i collegamenti alla bibliografia rimandano ad una ventina di libri dall’aspetto e titolo accattivante, tutti o quasi scritti o curati da detto Presidente che evidentemente, se ne conclude, è il massimo esperto italiano in materia. Come il cittadino penseranno le pubbliche amministrazioni, che, nel bisogno, a un tale Istituto si rivolgeranno.
E l’Università? Il cittadino intanto registra che la linguistica universitaria non è prevista, in queste cose, e che centri di studio e esperti stanno altrove. Quando l’Università non è esplicitamente allontanata: la Regione Lombardia ha per esempio attivato, ma la cosa è nota, un vasto e assai ben finanziato programma editoriale dedicato ai dialetti del territorio, con pubblicazione di volumi quali Parlate e dialetti della Lombardia. Lessico comparato, di cui vale la pena di dare un’occhiata alla presentazione ufficiale (dal sito ufficiale della Regione http://www.lombardiacultura.it/): «Nell'ambito delle istituzioni culturali, va ricordata l'attività del "Centro regionale di coordinamento, ricerca e studio sulle lingue, parlate locali e dialetti, letterature e storie della Lombardia", meglio noto come "Casa delle Culture lombarde". Il Centro si è reso promotore di un ampio progetto editoriale: un lessico-dizionario di base dal titolo "Parlate e dialetti della Lombardia - Lessico comparato" (Edizioni Oscar Mondadori, Milano, 2003). Si tratta di un testo chiaro, di facile lettura e comprensione, che presenta la traduzione/recupero di circa 2000 lemmi dall'italiano nelle principali varianti delle lingue lombarde. La ricerca ha visto la collaborazione di insigni linguisti riuniti in apposito Comitato Scientifico, presieduto dal Professore Claudio Beretta». Non vale la pena di evidenziare che gli «insigni linguisti» sono, al dialettologo lombardo di ambito e formazione universitaria, (quasi) del tutto sconosciuti, né che il volume esce per i tipi di una famosa e ritenuta autorevole casa editrice. È, per quello che ne sappiamo, il libro dei dialetti lombardi; seguiranno, o sono già seguiti altri volumi simili, sulla letteratura dialettale e sulle singole province. Vale invece la pena di segnalare che un contatto del comitato scientifico con l’Università c’è stato, e che la stessa (nella persona dell’allora Professore di Linguistica Italiana all’Università di Basilea, esperto e valente dialettologo lombardo e per di più non pregiudizialmente sfavorevole a tali iniziative politico-culturali) aveva espresso più di una pesante riserva scientifica sul progetto: il progetto è andato avanti, invariato, e l’Università non è più stata contattata. Ma tutti abbiamo presenti episodi molto simili, in particolare nelle Regioni sede di minoranze linguistiche.
Non possiamo e non vogliamo pretendere che le operazioni pseudolinguistiche - e in realtà politiche - abbiano necessariamente l’avallo della linguistica ufficiale (non lo avrebbero), né di trasformare la nostra disciplina in una sorta di prezzemolo, che si impiccia di tutto quello che abbia a che fare con la lingua, compresi i vaneggiamenti; però le iniziative ufficiali, prese da organi dell’amministrazione statale o locale, finanziate da denaro pubblico e sancite da leggi come quelle di rivitalizzazione linguistica, sì.

5. Threno per la linguistica: ci siamo in effetti abbandonati un poco al lamento, che però pare almeno in parte giustificato. La situazione, è noto a tutti, potrebbe essere ben peggiore, se in questi anni non ci fosse stata la Società di Linguistica Italiana, e il GISCEL in particolare, e non è qui il caso di ricordare le tante iniziative di educazione e sensibilizzazione linguistica messe in atto come Società o come studio e iniziativa di singoli, benemeriti membri; così come non abbiamo fatto cenno a episodi virtuosi o esemplari, che pure ci sono, e sono stati costruiti con l’impegno di anni. Quello che importa però notare è che forse da qualche tempo passa un altro treno – ossia, sembra che la società sia ora pronta ad accogliere dosi più massicce, se vogliamo dir così, di linguistica, anche se forse ancora non lo sa. Le occasioni sono molte, e non vanno sprecate: nuove strade sembrano aprirsi per l’educazione (alla) linguistica, per la sensibilizzazione linguistica, per la presenza della linguistica nei luoghi sociali e scientifici che le sono propri: a cominciare da quelle istituzionali della tutela delle lingue minori, dell’integrazione, civile e scolastica, degli stranieri alloglotti, della questione delle lingue sovranazionali per la scienza o per le istituzioni come l’Unione Europea (non ne abbiamo parlato, ma sono campi di studio e azione fondamentali). Ma strade si aprono anche dalla società civile: l’informatica – il «trattamento dell’informazione» – ha bisogno della linguistica, e così la medicina, la logopedia, l'ingegneria, il diritto – e, non ultima, la scienza e la pratica della convivenza civile.
Certo, questo presuppone lo «sporcarsi le mani»: mi pare però che sia costitutivo della Società di Linguistica Italiana l’intervento attivo nella società e la pratica della linguistica sul territorio; presuppone anzitutto mostrare che molte cose che già si fanno si potrebbero fare meglio con una maggiore consapevolezza linguistica; presuppone il cercarsi e trovarsi interlocutori istituzionali e compiere sforzi e tentativi al fine di essere riconosciuti, come scienziati ma anche come Società, a nostra volta interlocutori istituzionali. Presuppone il cercare di prendere il treno, ma non è che continuare una strada aperta quarant’anni fa.