Circolare n. 158 / Presidente
Cari soci,
questa è l'ultima lettera che vi scrivo sul "Bollettino"
della SLI. Dal prossimo Congresso della nostra Società, infatti,
quello di Padova dedicato a "Fonologia e Morfologia" del 25-27
settembre 1997, la SLI avrà un nuovo (una nuova?) Presidente.
Quale soggetto scegliere per la lettera d'addio? Ci ho pensato molto,
e ho riflettuto soprattutto a che cosa era più urgente dire: un
appello per il rinnovamento della scuola, un'ennesima denuncia del malcostume
accademico, o forse una previsione sul futuro della linguistica come scienza
e come disciplina. Ma a che cosa servirebbero degli appelli? Forse che
ne sono mancati, o ne mancheranno? Ne serve proprio uno del Presidente
della SLI?
Preferisco dedicare quest'ultima occasione a una pagina di diario,
a un confessione, che è anche un invito a chiunque altro a fare
altrettanto. Vorrei raccontarvi qui le mie prime esperienze linguistiche,
la mia preistoria come linguista. Facendolo, mi ricordo di quanto aveva
scritto circa cinquant'anni fa Leo Spitzer (un autore che era considerato
una volta un grande linguista, e che oggi sconta con la dimenticanza la
colpa - la colpa? - di essersi occupato troppo di letteratura). Spitzer
diceva che ogni studioso a un certo punto della sua vita dovrebbe scrivere
il suo "Mein Kampf". Sì, proprio così scriveva
Spitzer, ebreo viennese che aveva dovuto rifugiarsi prima in Turchia e
poi negli Stati Uniti: ognuno il suo "Mein Kampf", la sua lotta
per conquistare le proprie idee, il proprio metodo di lavoro, i propri
risultati.
Ma la prima pagina di ogni "Mein Kampf", penso, non può
essere dedicata che agli anni dei verdi paradisi dell'infanzia. Ed è
questa pagina che comincerò a scrivere qui, fermandomi quando mi
accorgerò di aver rubato troppo spazio al Bollettino. Lettore socio
della SLI, leggi se vuoi queste righe, e poi imitami e scrivi anche la
tua esperienza linguistica!
A lungo ho considerato la mia prima esperienza linguistica insignificante.
Nato a Vicenza nel 1939, ci ho vissuto ininterrottamente i primi vent'anni
della mia vita. A differenza di molti linguisti, a partire dall'Ascoli,
dovevo constatare di non essere nato in una zona di confine, dove vengono
a incontrarsi molte lingue. Non solo, ma, a differenza questa volta non
di grandi linguisti, ma semplicemente della gran parte dei miei compagni
di scuola, pure essendo esposto (come si dice oggi) quotidianamente al
dialetto della mia città, non lo avevo imparato. Non lo parlavo
e non lo parlo.
Ma sarà stata proprio un'esperienza insignificante appartenere
a quelle avanguardie che per prime hanno avuto l'italiano come lingua veramente
nativa? Forse la risposta non è del tutto negativa.
Mio padre era nato a Capua, mia madre era comasca. A casa si parlava
italiano. All'italiano passavano rapidamente anche le donne di servizio.
Erano in genere ragazze giovani che venivano dai colli Berici, allora zona
poverissima. Con loro si creava un rapporto molto stretto, e ad alcune
di loro mio fratello e io ci eravamo molto affezionati. Erano "donne
fisse", come allora si diceva, cioè che mangiavano e dormivano
a casa. Questa era allora una condizione comune anche in famiglie della
piccola borghesia, come era la mia. Devote a mia madre, che tornavano a
salutare spesso per molti anni dopo essersi licenziate (alle volte per
andare nell'emigrazione in Australia o nelle miniere del Belgio), le donne
di servizio, specialmente le più giovani, passavano presto dal dialetto
veneto all'italiano. Una signora, amica di famiglia, osservò una
volta che anche la nuova donna ormai "toscaneggiava" con disinvoltura
(mi colpì il verbo).
Il dialetto veneto era fonte di meraviglia sia per mia madre che
per mio padre, forestieri a Vicenza, come ho detto, tutti e due. Così
anch'io sono stato portato a osservare presto il dialetto dal di fuori:
per esempio che i "balconi" per i venetofoni sono le persiane
(forse per evitare equivoci mia mamma usava per "balcone"il venetismo
"pèrgolo"). Sempre a mia mamma saluti allora correnti
come "complimenti" e "riverisco" parevano ridicoli,
e il tempo le ha dato ragione: sono stati quasi del tutto eliminati e,
specie il primo, usato nei commiati, non si sente più.
Mio padre, benché in genere serio e silenzioso, si divertiva
a imitare i colleghi di banca: "vaeà, vaeà" [=
va là] (cercava di imitare, invano, la "l evanescente").
E si meravigliava molto che qualcuno che aveva avuto una disgrazia venisse
definito affettuosamente "poro [povero] can".
Anche l'italiano locale veniva osservato con curiosità e all'occorrenza
stigmatizzato in famiglia: così la pronuncia, allora quasi generale
nel Veneto, "periòdo" e spesso anche "règime".
Come in molte famiglie, l'influenza determinante in famiglia era
quella di mia madre. Questa influenza era anche linguistica. In me, bambino
fino a una certa età, almeno, troppo casalingo, questa influenza
si riconosce ancora oggi dal fatto che il mio italiano, che è nettamente
di tipo veneto nonostante mi manchi il dialetto, conserva qualche tratto
lombardo, tratto che viene naturalmente dall'italiano comasco di mia madre
(Alberto Mioni una volta sobbalzò sentendomi dire "in Isvizzera":
"credevo che non lo dicesse più nessuno", osservò.
Invece è così che si dice anche oggi a Como e "in Isvizzera"
, che comincia a due passi, a Chiasso).
Passato il primo dopoguerra, riprendemmo i contatti con i parenti
della Lombardia e, poco più tardi, con quelli del Sud.
Eccomi quindi al contatto con due nuovi dialetti, il lombardo e il
napoletano.
I miei parenti di Como, veramente, a casa parlavano solo italiano.
Del resto, delle mie due zie acquisite, una era fiorentina, l'altra addirittura
di origine inglese. Era colta e era stata ricca. Rivedo la sua grande casa
di Osteno, sul Lago di Lugano, piena di libri inglesi. Li sfogliavo, ma
non osavo pensare che un giorno avrei potuto leggerli. I libri francesi
di mia mamma (il francese faceva parte dell'educazione delle signorine
"di buona famiglia") erano stati invece una presenza familiare
a casa, e presto, soccorrendo un ottimo insegnamento scolastico, divennero
per me una lettura abituale.
Veniamo al lombardo. Lo parlavano i miei zii al caffè (non
in famiglia, come dicevo, e i loro figli non l'hanno imparato), lo parlavano
i loro amici, tutti con grande vivacità, non risparmiandosi all'occasione
qualche grossa parolaccia. Mi colpiva la differenza coi veneti, così
smorzati, prudenti, e timorati - e qualche volta davvero inibiti nel parlare.
Coglievo anche la maggiore distanza del lombardo dall'italiano rispetto
al veneto.
Mio padre, diventato estraneo al suo paese d'origine che aveva lasciato
da ragazzo, non voleva tornare nemmeno in visita al Sud. Il nonno e la
nonna erano morti da tempo. Venivano in visita da noi i parenti meridionali.
Uno zio, veramente, funzionario di Prefettura, si trovava da tempo al Nord,
e in quegli anni stava vicino a noi, a Treviso. Aveva due figli, miei cugini,
un maschio e una femmina. Il maschio, vissuto evidentemente più
coi compagni e meno in famiglia di me, parlava trevisano (poi, seguendo
i genitori in Piemonte, l'ha dimenticato, senza imparare il piemontese,
e ora, come me, non ha nessun dialetto). La figlia invece parlava solo
italiano. La maggiore dialettofonia dei maschi era una costante, allora,
ed è un fatto ben noto alla sociolinguistica.
A questo punto dovremmo partire per il Sud, un paese incantato per
me allora, che venivo da una città grigia come era Vicenza, immortalata
da Parise nel suo "Sillabario". Poi dovremmo tornare a Vicenza
per ragionare sull'italiano e il dialetto in me e nei miei compagni al
tempo della scuola. E poi, e poi ... ci sarebbero tante altre cose da dire
per completare questo che in fondo non è che il primo paragrafo
dell'autobiografia linguistica di un italiano tra tanti.
Il Presidente della SLI,
Lorenzo Renzi